Nel settembre 2020, mentre lo sport italiano cercava di sopravvivere alla pandemia senza spegnersi, la positività al Covid-19 di Aurelio De Laurentiis — patron del Napoli — ha costretto Giovanni Malagò, presidente del Coni, a fare i conti con una domanda scomoda: i protocolli scritti con tanta cura stavano davvero reggendo all'impatto con la realtà? La sua risposta, misurata ma inequivocabile, ha riconosciuto che qualcosa nel sistema aveva ceduto, e che la responsabilità, quando cede, non appartiene mai a una sola persona.
Malagò su De Laurentiis positivo: 'Qualcosa non quadra'
qualcosina non abbia funzionato
Malagò dice che qualcosa non quadra, ma non specifica cosa. Cosa intende esattamente?
Sta dicendo che non capisce come De Laurentiis sia stato contagiato, dato che dovrebbe esserci stato un protocollo a proteggerlo. È una critica velata al sistema.
Ma Malagò ammette di non sapere i dettagli. Sta commentando da lontano, basandosi solo su quello che ha letto. Non sa se De Laurentiis ha trasgredito il protocollo o se il protocollo stesso era insufficiente.
Quindi quando parla di responsabilità a tutti i livelli, a chi si riferisce?
A chiunque fosse coinvolto nel garantire il rispetto delle regole. Se c'è stato un focolaio in un raduno, potrebbe essere colpa di chi ha organizzato l'evento, di chi ha controllato, di chi ha deciso di partecipare.
Ma il punto è che non sappiamo ancora cosa sia accaduto. Malagò sta sollevando domande, non fornendo risposte. E il fatto che sia amico di De Laurentiis potrebbe influenzare come sta inquadrando la questione.
Allora qual è il vero problema qui?
Il vero problema è che durante la pandemia, il mondo dello sport stava cercando di continuare le attività mantenendo i protocolli. Quando qualcuno come De Laurentiis risulta positivo, significa che il sistema ha fallito da qualche parte.
O significa che i protocolli erano teoricamente chiari ma praticamente difficili da applicare. Malagò non lo dice esplicitamente, ma è quello che suggerisce.
Der Puls
- La notizia della positività di De Laurentiis arriva come un segnale d'allarme in un momento già fragile per lo sport italiano, con le nazionali alle prese con un numero crescente di contagi.
- Malagò si trova in una posizione scomoda: deve esprimere solidarietà a un amico di famiglia e allo stesso tempo non può ignorare che qualcosa nel protocollo anti-Covid non ha funzionato.
- Le sue parole — 'qualcosina non ha funzionato' — non sono un'accusa diretta, ma pesano come un'ammissione pubblica che il sistema ha delle crepe difficili da ignorare.
- Il presidente del Coni avverte che chi ha trasgredito le regole porta una responsabilità che risale l'intera catena di comando, nessuno escluso.
- La vicenda mette in luce la tensione irrisolta tra la volontà di mantenere vive le competizioni sportive e la necessità concreta di proteggere atleti, staff e famiglie.
Nel settembre 2020, mentre lo sport italiano cercava di sopravvivere alla pandemia senza spegnersi, la positività al Covid-19 di Aurelio De Laurentiis — patron del Napoli — ha costretto Giovanni Malagò, presidente del Coni, a fare i conti con una domanda scomoda: i protocolli scritti con tanta cura stavano davvero reggendo all'impatto con la realtà? La sua risposta, misurata ma inequivocabile, ha riconosciuto che qualcosa nel sistema aveva ceduto, e che la responsabilità, quando cede, non appartiene mai a una sola persona.
Giovanni Malagò non si aspettava di dover commentare la positività al Covid-19 di Aurelio De Laurentiis, patron del Napoli e amico di famiglia. Eppure, a margine della Giunta del Coni, il presidente si è trovato a scegliere le parole con attenzione: vicinanza personale da un lato, perplessità istituzionale dall'altro.
Malagò ha ammesso di conoscere la situazione solo attraverso i giornali, ma quello che aveva letto non gli tornava. «Se è tutto quello che ho visto, mi sembra che qualcosina non abbia funzionato», ha detto — non un'accusa, ma l'osservazione di chi vede un tassello fuori posto nel puzzle.
Il caso di De Laurentiis non era isolato: settembre 2020 era un mese difficile per le nazionali italiane, con positività in aumento tra atleti e staff. Malagò ha ricordato che il protocollo anti-Covid era stato definito con chiarezza, ma che la sua efficacia dipendeva dall'applicazione concreta. E quando qualcuno trasgredisce, ha sottolineato, la responsabilità non si ferma all'individuo: risale tutta la catena.
La vicenda ha fotografato una tensione che lo sport italiano faticava a risolvere: continuare a competere senza mettere a rischio le persone. I protocolli erano stati scritti per tenere insieme questi due obiettivi, ma la realtà si stava rivelando più complicata di qualsiasi documento ufficiale. Malagò, nel tentativo di stare accanto a un amico e di difendere al contempo l'integrità del sistema, ha finito per segnalare ad alta voce ciò che molti già sospettavano: le crepe esistevano, e ignorarle non era più un'opzione.
Giovanni Malagò, presidente del Coni, si è trovato a commentare una notizia che lo ha lasciato perplesso: Aurelio De Laurentiis, patron del Napoli, era risultato positivo al Covid-19. Malagò ha scelto le parole con cura, affermando che De Laurentiis è un amico di famiglia e che gli stava vicino in quel momento difficile. Ma sotto quella dichiarazione di solidarietà personale c'era una domanda che non riusciva a lasciar andare.
Il presidente del Coni ha ammesso di non sapere i dettagli della situazione — solo quello che aveva letto sui giornali — eppure qualcosa non gli tornava. "Se è tutto quello che ho visto, mi sembra che qualcosina non abbia funzionato", ha detto a margine della Giunta del Coni. Non era un'accusa diretta, ma piuttosto un'osservazione di chi guarda dall'esterno e vede un pezzo che non combacia con il resto del puzzle.
La positività di De Laurentiis non era un caso isolato. In quel periodo, settembre 2020, le nazionali italiane stavano affrontando un numero crescente di positività tra i loro componenti. Malagò ha affrontato questa questione più ampia, sottolineando che il protocollo anti-Covid era stato definito con chiarezza. Se c'era stato un focolaio durante un raduno della nazionale, o se alcuni giocatori avevano frequentato determinati luoghi, le regole erano esplicite su come procedere.
Ma il protocollo, per quanto chiaro sulla carta, dipendeva dall'applicazione pratica. Malagò ha messo il dito sulla piaga: "Se c'è qualcuno che ha trasgredito c'è una responsabilità a tutti i livelli". Non era una critica rivolta a una persona specifica, ma un riconoscimento che quando le cose andavano storte, la responsabilità non poteva fermarsi a un singolo individuo. Doveva risalire la catena.
La situazione rifletteva una tensione più profonda nel mondo dello sport italiano durante la pandemia. Da un lato, c'era il desiderio di continuare le competizioni, di mantenere viva l'attività sportiva. Dall'altro, c'era la necessità di proteggere la salute di atleti, staff e famiglie. I protocolli erano stati scritti per navigare questo equilibrio precario, ma la realtà si stava rivelando più complicata di quanto i documenti ufficiali potessero catturare.
Malagò, nel suo ruolo di numero uno del Coni, si trovava in una posizione delicata. Doveva riconoscere che qualcosa non aveva funzionato senza accusare direttamente nessuno, doveva esprimere solidarietà personale a De Laurentiis mantenendo al contempo la responsabilità istituzionale di garantire che i protocolli venissero rispettati. La sua dichiarazione era un tentativo di fare entrambe le cose: stare accanto a un amico e allo stesso tempo segnalare che il sistema aveva delle crepe.
Bemerkenswerte Zitate
Aurelio è un amico di famiglia, gli sono vicino e lo abbraccio. Giuro che non so niente, solo quello che ho letto ma c'è qualcosa che non mi quadra.— Giovanni Malagò, presidente del Coni
Se c'è qualcuno che ha trasgredito c'è una responsabilità a tutti i livelli— Giovanni Malagò, presidente del Coni