In un'epoca in cui il silenzio sulla salute mentale è ancora la norma, la cantante Levante sceglie la parola pubblica come atto di cura collettiva. Racconta la psicoterapia, gli psicofarmaci e il lungo lavoro interiore che l'ha portata a fare pace con la figura idealizzata di suo padre, riconoscendo come quella santificazione avesse compromesso la sua capacità di amare. La sua voce non cerca redenzione né pietà: cerca di normalizzare ciò che troppo spesso viene ancora sussurrato con vergogna.
Levante: «Ho fatto pace con mio padre e con l'amore dopo la psicoterapia»
L'amore fallisce per l'ego, ecco perché ci sono così tante guerre.
Quando dice che l'amore fallisce per l'ego, sta parlando di un meccanismo universale o della sua esperienza personale?
Entrambe le cose. Ha visto nella sua terapia come l'ego — il bisogno di avere ragione, di proteggere l'immagine di sé — le impediva di stare veramente con un'altra persona. Ma poi ha iniziato a vedere lo stesso schema dappertutto, nelle coppie intorno a lei, nelle famiglie, persino nelle guerre. Non è una teoria, è un'osservazione.
Ma qui bisogna stare attenti. Quello che lei dice sulla psicoterapia è verificato: ha fatto terapia, ha lavorato su suo padre, ha avuto risultati. Quello che dice sull'amore e l'ego è più una sua interpretazione personale. Non è ricerca, è saggezza acquisita. Sono cose diverse.
E lo stigma che descrive — la gente che pensa che chi va dallo psichiatra sia pazzo — è ancora così diffuso?
Secondo lei sì, e lo dice perché lo vive. Quando racconta di prendere psicofarmaci, sente ancora quella reazione. Non è una statistica, è quello che lei incontra.
Esatto. Lei parla del suo vissuto, non di uno studio epidemiologico. Lo stigma esiste, questo è chiaro. Ma quanto sia diffuso, quanto sia cambiato negli ultimi anni, quello non lo sappiamo da questa intervista.
Cosa significa fare pace con suo padre, concretamente?
Significa smettere di vederlo come perfetto, come una figura santificata. Significa vederlo come un uomo, con i suoi limiti. E quando riesci a fare questo, il peso che portavi — quel peso che inquinava le tue relazioni — diventa più leggero.
Questo è quello che lei racconta della sua esperienza. La psicoterapia le ha aiutato a ricontestualizzare la figura paterna. È un risultato reale per lei. Ma non sappiamo quanto tempo ci è voluto, quali erano i dettagli specifici, cosa esattamente ha fatto il terapeuta. Sappiamo il risultato, non il processo.
E per sua figlia, cosa spera davvero?
Un mondo dove le persone si pongono domande. Non risposte facili, non certezze. Domande. Perché quando ti fai domande, inizi a vedere te stesso, e quando vedi te stesso, puoi iniziare a cambiare.
È un augurio bellissimo, ma è anche un augurio. Non è una promessa che il mondo cambierà. È quello che lei spera di poter trasmettere a sua figlia.
Il Polso
- Lo stigma psichiatrico è ancora vivo: Levante denuncia che chi si rivolge a uno psichiatra viene ancora percepito come 'pazzo' da una parte significativa della società.
- Per anni la cantante ha scambiato una depressione non curata per semplice malinconia, lasciando che il dolore si sedimentasse senza nome e senza cura.
- Il nodo più profondo era suo padre: dopo la sua morte, Levante lo aveva trasformato in una figura intoccabile, e quell'idealizzazione bloccava ogni relazione amorosa successiva.
- La psicoterapia ha permesso di ridimensionare quella figura — non di cancellarla, ma di vederla umana — aprendo spazi affettivi che prima erano inaccessibili.
- Levante collega il fallimento dell'amore all'ego e, da lì, alle guerre del mondo: una catena che parte dall'intimo e arriva al collettivo, con la paura come radice comune.
- Il suo racconto non si conclude con una guarigione, ma con una pace — una convivenza consapevole con le proprie difficoltà, ancora in corso, ancora in terapia.
In un'epoca in cui il silenzio sulla salute mentale è ancora la norma, la cantante Levante sceglie la parola pubblica come atto di cura collettiva. Racconta la psicoterapia, gli psicofarmaci e il lungo lavoro interiore che l'ha portata a fare pace con la figura idealizzata di suo padre, riconoscendo come quella santificazione avesse compromesso la sua capacità di amare. La sua voce non cerca redenzione né pietà: cerca di normalizzare ciò che troppo spesso viene ancora sussurrato con vergogna.
Levante parla di sé senza scansare i dettagli scomodi. Assume psicofarmaci, ha fatto psicoterapia, e per anni ha confuso una depressione non curata con la malinconia. Lo racconta pubblicamente non per confessione, ma per denuncia: lo stigma intorno alla psichiatria resiste ancora, e chi va dallo psichiatra viene spesso considerato pazzo.
Al centro del suo percorso terapeutico c'era l'amore — o meglio, il modo in cui l'amore le falliva. La risposta è arrivata lentamente: dopo la morte di suo padre, lei aveva costruito intorno a lui una figura quasi sacra. Quella idealizzazione aveva inquinato le sue relazioni, non come lutto incompiuto, ma come struttura psichica che le impediva di muoversi. La terapia le ha permesso di scendere dal piedistallo dove l'aveva messo e di vederlo semplicemente come suo padre. Non una guarigione miracolosa, ma un'acquisizione di consapevolezza.
Levante riflette poi su cosa significhi amare in senso più ampio. L'amore fallisce per l'ego, sostiene: quando due persone si incontrano senza interrogarsi, il conflitto è inevitabile. E se l'amore fallisce per l'ego, anche le guerre — tra persone e tra popoli — nascono dallo stesso posto. Per sua figlia augura un mondo pieno di domande, dove le persone si chiedono perché amano come amano, perché hanno paura. Perché è la paura, dice, il vero nemico: quella che paralizza, che costruisce muri, che trasforma l'intimità in minaccia.
Ciò che rende significativo il suo racconto è che non si conclude con una redenzione. Levante dice di aver fatto pace — non di essere guarita. Continua a prendere psicofarmaci, continua la terapia, continua a vivere con la consapevolezza che il lavoro non è finito. E parla di tutto questo senza il sussurro imbarazzato che di solito accompagna questi argomenti. In un contesto dove lo stigma resiste, quella normalizzazione è già un atto.
Levante parla di sé con una franchezza che non scansa i dettagli scomodi. La cantante ha deciso di raccontare pubblicamente quello che molti preferirebbero tenere nascosto: assume psicofarmaci, ha fatto psicoterapia, e per anni ha confuso una depressione non curata con una semplice malinconia. Non lo dice per confessione, ma per denunciare. Lo stigma che circonda la psichiatria resiste ancora, racconta, e quando qualcuno scopre che vai da uno psichiatra, la reazione è spesso la stessa: pensano che tu sia pazzo.
Il nodo centrale della sua ricerca terapeutica era l'amore, o meglio, il modo in cui l'amore le falliva. Levante descrive se stessa come un disastro nelle relazioni, e per anni non ha capito perché. La risposta è arrivata lentamente, attraverso il lavoro psicoterapeutico: suo padre. Dopo la sua morte, lei aveva costruito intorno a lui una figura santificata, quasi intoccabile. Quella idealizzazione aveva inquinato tutto il resto, comprese le sue capacità di amare e di stare nelle relazioni con altre persone. Non era una semplice nostalgia o un lutto incompiuto. Era una struttura psichica che le impediva di muoversi.
La psicoterapia le ha permesso di fare pace con quella figura, di scendere dal piedistallo dove l'aveva messa e di vederla come quello che era: suo padre, non un santo. Questo cambiamento ha aperto spazi che prima erano chiusi. Non è una guarigione miracolosa, ma un'acquisizione di consapevolezza, il tipo di lavoro che richiede tempo e che non finisce mai davvero.
Levante riflette anche su cosa significhi amare in generale. L'amore fallisce per l'ego, sostiene. Quando due persone si incontrano portando con sé l'ego intatto, senza interrogarsi, senza mettersi in discussione, il conflitto è inevitabile. E se l'amore fallisce per l'ego, allora le guerre — quelle tra le persone, quelle che vediamo nel mondo — nascono dallo stesso posto. È una connessione che non molti fanno, ma che ha una sua logica: il fallimento personale e il fallimento collettivo hanno radici comuni.
Per sua figlia, Levante augura un mondo diverso. Non un mondo senza dolore o senza conflitti, ma un mondo pieno di domande. Un mondo dove le persone si fermano a chiedersi perché fanno quello che fanno, perché amano come amano, perché hanno paura. La paura, in effetti, è quello che emerge come il vero nemico: la paura fa fallire l'amore, dice. Non è l'assenza di sentimento, non è l'indifferenza. È la paura che paralizza, che fa costruire muri, che trasforma l'intimità in una minaccia.
Ciò che rende significativo questo racconto è che Levante non lo presenta come una storia di redenzione completa. Non dice di essere guarita. Dice di aver fatto pace, che è diverso. La pace implica una tregua, una convivenza con le parti di sé che rimangono difficili. E dice tutto questo mentre continua a prendere psicofarmaci, mentre continua a fare terapia, mentre continua a vivere con la consapevolezza che il lavoro non è finito. Quello che fa è semplice e radicale: normalizza. Parla di psichiatria come si parla di qualsiasi altra cosa, senza il sussurro imbarazzato che di solito accompagna questi argomenti. E in un contesto dove lo stigma resiste ancora, dove la gente pensa davvero che chi va dallo psichiatra sia pazzo, questa normalizzazione è un atto.
Citazioni salienti
In amore sono un disastro, e la risposta era mio padre: l'avevo santificato perché era morto.— Levante
Prendo psicofarmaci e lo dico, perché lo stigma resiste: se vai dallo psichiatra pensano che sei pazzo.— Levante