Ogni giorno, senza quasi accorgercene, ingeriamo sostanze che la scienza inizia a guardare con crescente preoccupazione. Uno studio francese condotto su oltre 112mila persone nell'arco di quasi un decennio suggerisce che alcuni conservanti alimentari comuni — presenti in pane, salumi, bevande e decine di altri prodotti — potrebbero essere associati a un rischio significativamente più elevato di ipertensione e malattie cardiovascolari. La ricerca non stabilisce ancora una causalità definitiva, ma invita a riflettere su ciò che scegliamo di mettere nel carrello e, in ultima analisi, nel nostro c
Conservanti alimentari aumentano rischio ipertensione del 29%, otto additivi sotto accusa
Chi consuma più conservanti ha rischio di ipertensione del 29% superiore
Allora, questo studio dice che i conservanti aumentano il rischio di ipertensione del 29%. Ma come hanno fatto a dimostrarlo?
Non l'hanno dimostrato nel senso di causa-effetto provato. È uno studio osservazionale: hanno seguito 112mila persone per sette-otto anni, registrato quello che mangiavano ogni sei mesi, e notato che chi consumava più conservanti non antiossidanti sviluppava più spesso ipertensione.
Esatto. E qui sta il punto critico. Osservazionale significa che potrebbero esserci cento altre variabili in gioco. Chi mangia più conservanti potrebbe anche mangiare più sale, più zuccheri, fare meno esercizio. Lo studio dice che hanno controllato per altri fattori di rischio, ma non possiamo mai controllare per tutto.
Vero. Ma la ricerca sperimentale in letteratura ha suggerito meccanismi plausibili: lo stress ossidativo, l'infiammazione, effetti sul pancreas. Non è solo una correlazione nel vuoto.
E gli otto conservanti specifici che hanno identificato—sono pericolosi per tutti, o dipende dalla quantità?
La ricerca guarda alle quantità consumate. Chi ne consumava di più aveva rischi più alti. Ma lo studio non dice qual è la soglia, il punto oltre il quale il rischio diventa significativo.
E qui c'è un'altra cosa da notare: l'acido ascorbico, la vitamina C, è uno di questi otto. La vitamina C è considerata benefica. Quindi il messaggio non è "evitate la vitamina C", è "il consumo eccessivo di additivi, inclusa la vitamina C come additivo, potrebbe essere un problema".
Quindi il consiglio pratico è semplicemente mangiare meno alimenti trasformati?
Esattamente. Alimenti freschi, minimamente trasformati, meno additivi non necessari. È il consiglio classico, ma ora con un'evidenza in più dietro.
Anche se, onestamente, la maggior parte delle persone sa già che gli alimenti freschi sono meglio di quelli trasformati. Quello che non sappiamo ancora è se questo studio cambierà effettivamente il comportamento di qualcuno, o se avrà impatto sulle politiche alimentari.
Il Polso
- Un rischio fino al 29% più alto di ipertensione per chi consuma grandi quantità di conservanti non antiossidanti: i numeri dello studio scuotono le certezze su additivi considerati sicuri da decenni.
- Otto conservanti tra i più diffusi negli alimenti trasformati — dal nitrito di sodio all'acido citrico — sono stati specificamente collegati all'aumento della pressione arteriosa.
- I meccanismi restano in parte oscuri: infiammazione, stress ossidativo, alterazione del microbiota intestinale sono tra le ipotesi al vaglio dei ricercatori.
- Lo studio, pur solido nei dati, è osservazionale: non prova la causa, ma accende un segnale d'allarme che la comunità scientifica non può ignorare.
- La risposta degli esperti è pragmatica: ridurre gli alimenti ultra-trasformati e favorire il fresco, in attesa che nuove ricerche chiariscano il quadro causale.
Ogni giorno, senza quasi accorgercene, ingeriamo sostanze che la scienza inizia a guardare con crescente preoccupazione. Uno studio francese condotto su oltre 112mila persone nell'arco di quasi un decennio suggerisce che alcuni conservanti alimentari comuni — presenti in pane, salumi, bevande e decine di altri prodotti — potrebbero essere associati a un rischio significativamente più elevato di ipertensione e malattie cardiovascolari. La ricerca non stabilisce ancora una causalità definitiva, ma invita a riflettere su ciò che scegliamo di mettere nel carrello e, in ultima analisi, nel nostro corpo.
Quasi nessuno di noi legge con attenzione la lista degli ingredienti sulle etichette. Eppure, secondo una ricerca pubblicata sull'European Heart Journal e condotta nell'ambito del progetto NutriNet-Santé, quei codici alfanumerici potrebbero avere conseguenze concrete sulla salute del cuore e delle arterie.
Lo studio, coordinato da Mathilde Touvier dell'INSERM e dalla dottoranda Anaïs Hasenböhler, ha seguito per sette-otto anni oltre 112mila volontari francesi, raccogliendo ogni sei mesi dati dettagliati su tutto ciò che mangiavano e bevevano. L'analisi ha rivelato che chi consumava più conservanti cosiddetti "non antiossidanti" — quelli che impediscono la crescita di muffe e batteri — presentava un rischio di ipertensione superiore del 29% e un rischio di infarto, ictus o angina superiore del 16% rispetto a chi ne consumava meno. Anche i conservanti antiossidanti mostravano un'associazione con l'ipertensione, seppur più contenuta.
Tra i 17 additivi esaminati, otto sono stati identificati come particolarmente rilevanti per la pressione arteriosa: sorbato di potassio, metabisolfito di potassio, nitrito di sodio, acido ascorbico, ascorbato di sodio, eritorbato di sodio, acido citrico ed estratti di rosmarino. L'acido ascorbico è risultato associato anche alle malattie cardiovascolari. Si tratta di sostanze presenti in una vastissima gamma di prodotti che la maggior parte delle persone consuma ogni giorno.
I ricercatori ipotizzano che questi additivi possano agire sull'infiammazione, aumentare lo stress ossidativo o alterare il microbiota intestinale, ma i meccanismi precisi restano da chiarire. Touvier ha riconosciuto i limiti di uno studio osservazionale, pur sottolineando la coerenza con la letteratura sperimentale esistente. Il messaggio finale è semplice: privilegiare il cibo fresco e minimamente trasformato, e attendere che la ricerca futura tracci con maggiore precisione i confini tra associazione e causalità.
Praticamente tutti noi consumiamo conservanti alimentari ogni giorno, spesso senza saperlo. Ma uno studio francese condotto su oltre 112mila persone suggerisce che non tutti questi additivi hanno lo stesso effetto sul nostro corpo, e che alcuni potrebbero aumentare significativamente il rischio di sviluppare ipertensione e malattie cardiache nel corso degli anni.
La ricerca, pubblicata su European Heart Journal e presentata dalla Società Europea di Cardiologia, è stata coordinata da Mathilde Touvier, direttrice di ricerca presso l'INSERM, e da Anaïs Hasenböhler, dottoranda, entrambe dell'Université Sorbonne Paris Nord e dell'Université Paris Cité. Il lavoro fa parte di uno studio più ampio chiamato NutriNet-Santé, che ha seguito volontari provenienti da tutta la Francia per un periodo compreso tra sette e otto anni. Ogni sei mesi, i partecipanti hanno registrato tutto ciò che avevano mangiato e bevuto nel corso di tre giorni, permettendo ai ricercatori di effettuare un'analisi dettagliata degli ingredienti e degli additivi presenti negli alimenti e nelle bevande consumate.
I numeri sono significativi. Le persone che consumavano quantità maggiori di conservanti definiti "non antiossidanti" presentavano un rischio di ipertensione superiore del 29% rispetto a chi ne consumava meno, e un rischio di malattie cardiovascolari—infarto, ictus, angina—superiore del 16%. Anche chi consumava più conservanti antiossidanti mostrava un aumento del rischio di ipertensione, anche se minore: il 22%. La distinzione tra i due tipi è importante. I conservanti non antiossidanti sono progettati per impedire la crescita di microrganismi come muffe e batteri, mentre quelli antiossidanti servono a prevenire l'ossidazione, cioè a evitare che il cibo imbrunisca o irrancidisca.
Lo studio ha esaminato 17 dei conservanti più comunemente consumati e ha identificato otto di questi come specificamente collegati all'ipertensione: sorbato di potassio (E202), metabisolfito di potassio (E224), nitrito di sodio (E250), acido ascorbico (E300), ascorbato di sodio (E301), eritorbato di sodio (E316), acido citrico (E330) ed estratti di rosmarino (E392). L'acido ascorbico, in particolare, è stato collegato anche alle malattie cardiovascolari. Questi additivi si trovano in una vasta gamma di alimenti trasformati che la maggior parte delle persone consuma regolarmente.
I meccanismi attraverso cui questi conservanti potrebbero aumentare il rischio cardiovascolare non sono ancora completamente chiariti. I ricercatori ipotizzano che potrebbero agire sull'infiammazione, aumentare lo stress ossidativo nell'organismo, influenzare il profilo metabolico, o alterare il microbiota intestinale. Touvier stessa ha riconosciuto che lo studio, per quanto basato su dati molto dettagliati e controllato per altri fattori di rischio, presenta le limitazioni intrinseche di una ricerca osservazionale. Tuttavia, ha sottolineato che la ricerca sperimentale in letteratura ha costantemente suggerito che i conservanti possono causare stress ossidativo o influenzare il funzionamento del pancreas.
La raccomandazione che emerge è chiara: privilegiare alimenti non trasformati o minimamente trasformati ed evitare additivi non necessari. Touvier ha sottolineato il ruolo cruciale che medici e altri professionisti sanitari devono svolgere nel comunicare queste raccomandazioni al pubblico. Nel frattempo, ulteriori studi più approfonditi saranno necessari per stabilire con precisione i rapporti causa-effetto tra il consumo di questi additivi e lo sviluppo di patologie cardiovascolari.
Citazioni salienti
I risultati supportano le raccomandazioni di privilegiare alimenti non trasformati o minimamente trasformati ed evitare additivi non necessari— Mathilde Touvier, direttrice di ricerca INSERM