Nel cuore dell'Appennino centrale, dove il terremoto del 2016 ha lasciato ferite ancora aperte, una donna di quarant'anni ha scelto di restare e di costruire — non per inerzia, ma per convinzione. Silvia Bonomi ha legato il proprio destino a quello della pecora sopravissana, razza storica a rischio estinzione, trasformando un atto di fedeltà a un luogo fragile in un progetto vivo che oggi attraversa i confini, dalla Finlandia all'Australia. La sua storia ricorda che la cura del patrimonio biologico e culturale non è mai solo tecnica: è sempre, prima di tutto, una scelta umana.
Silvia a Ussita: l'allevatrice che salva la sopravissana dall'estinzione
Non mi pento di nulla di quello che ho fatto
Perché Silvia ha deciso di restare a Ussita dopo il terremoto, quando avrebbe potuto andarsene?
Non è una decisione razionale nel senso economico. Ha scelto quel posto per viverci prima del sisma, e il terremoto non ha cancellato quella scelta originaria. Ha detto che l'amore che ha messo nel rimanere è proporzionale al fatto che non era nata lì — era una scelta consapevole, non un'eredità.
Ma quanto di questa permanenza è effettivamente sostenibile? Il terremoto le ha rubato dieci anni, dice lei. Non sappiamo se l'azienda sia redditizia, se i prodotti in lana vendano bene, se la formazione internazionale sia una fonte di reddito stabile o occasionale.
E il recupero della sopravissana — è un progetto che funziona biologicamente?
Sì, il lavoro di selezione genetica è documentato. Ha costruito un gregge nel tempo, ha protetto gli animali dai predatori introducendo i cani pastore. I risultati sono concreti: nessuna perdita di bestiame da quando ha implementato il sistema.
Ma quanti animali ha oggi? Quanto è grande il gregge? Quanto è avanzato il recupero della razza rispetto al rischio di estinzione? Questi numeri non sono nel racconto.
E la formazione internazionale — è diventata una parte importante del suo lavoro?
Sì, è stata chiamata dalla Finlandia all'Australia. Ma il racconto non dice quanto tempo dedica a questo, se è compatibile con la gestione quotidiana dell'allevamento.
Esattamente. Sappiamo che è stata chiamata, ma non sappiamo la frequenza, la durata, se è una fonte di reddito significativa o un'attività secondaria.
Qual è il vero cuore di questa storia?
È una donna che ha scelto un luogo fragile e continua a sceglierlo, trasformando un impegno personale in qualcosa che ha valore per altri — sia come razza salvata che come sapere condiviso.
E il terremoto? Rimane sullo sfondo, ma non sappiamo come ha effettivamente impattato l'azienda, se ha ricevuto aiuti, se la comunità locale è ancora lì o se è stata dispersa.
El Pulso
- La sopravissana rischia di scomparire per sempre: una razza millenaria dell'Appennino centrale ridotta a pochi esemplari, in un territorio già devastato dal sisma del 2016.
- Un attacco di lupo dimezzò il gregge di Bonomi agli inizi, cancellando anni di selezione genetica in una sola notte e mettendo a rischio l'intero progetto.
- Bonomi ha risposto con metodo e memoria: ha reintrodotto i cani maremmano-abruzzese come i pastori di un secolo fa, azzerando le perdite successive e trasformando la crisi in competenza.
- Dalla lana della sopravissana è nata una filiera completa — piumoni, trapunte, abbigliamento — che dà forma economica a un impegno altrimenti invisibile al mercato.
- Il sapere costruito nel cratere sismico maceratese è oggi richiesto nel mondo: Bonomi forma allevatori di renne in Finlandia e insegna a difendere le greggi dai dingo in Australia.
Nel cuore dell'Appennino centrale, dove il terremoto del 2016 ha lasciato ferite ancora aperte, una donna di quarant'anni ha scelto di restare e di costruire — non per inerzia, ma per convinzione. Silvia Bonomi ha legato il proprio destino a quello della pecora sopravissana, razza storica a rischio estinzione, trasformando un atto di fedeltà a un luogo fragile in un progetto vivo che oggi attraversa i confini, dalla Finlandia all'Australia. La sua storia ricorda che la cura del patrimonio biologico e culturale non è mai solo tecnica: è sempre, prima di tutto, una scelta umana.
Silvia Bonomi non è originaria di Ussita. Ha scelto quel luogo, e ha mantenuto quella scelta per diciotto anni, attraversando il terremoto del 2016 che ha cancellato borghi interi nel cratere sismico maceratese. Oggi, a quarant'anni, continua a scommettere su un territorio ferito, portando avanti un lavoro che era già difficile prima delle scosse e che è diventato ancora più complicato dopo.
Al centro del suo impegno c'è la pecora sopravissana, razza ovina storica dell'Appennino centrale oggi a rischio estinzione. Nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini, Bonomi ha costruito un'azienda dedicata al recupero genetico di questa razza, con un lavoro lungo e metodico fondato sulla selezione attenta degli animali. «Io qui non sono nata, questo posto l'ho scelto per vivere», ha raccontato all'ANSA. «Si può quindi immaginare quanto amore abbia messo nel rimanere quassù, caparbiamente, nonostante le infinite difficoltà».
Negli anni il progetto si è allargato: dalla tutela della razza è nata una filiera completa attorno alla lana sopravissana — piumoni, trapunte, una collezione di abbigliamento e maglieria. La conservazione biologica ha trovato così una forma economica concreta.
Il percorso non è stato privo di crisi. Un attacco di lupo le costò sedici pecore su un gregge di quaranta, compromettendo anni di selezione genetica. Quell'episodio la riportò a una lezione antica: la protezione del bestiame passa attraverso i cani pastore. Bonomi introdusse i maremmano-abruzzese nel gregge, con risultati decisivi. Da allora non ha più subito perdite significative.
Quell'esperienza l'ha trasformata in una formatrice richiesta a livello internazionale. Ha insegnato la gestione dei cani pastore in Finlandia, tra gli allevatori di renne, e in Australia, dove il problema sono i dingo. Il sapere costruito nel cratere sismico maceratese ha iniziato a circolare nel mondo.
Se tornasse indietro, rifarebbe tutto. «Non mi pento di nulla di quello che ho fatto», ha detto. Il terremoto le ha rubato dieci anni, ammette, ma la scelta di restare — di salvare una razza, di costruire una filiera, di diventare voce di un territorio — è una scelta che continua a riconoscere come propria, ogni giorno.
Silvia Bonomi non è nata a Ussita. Ha scelto di viverci, e ha mantenuto quella scelta per diciotto anni, attraversando il terremoto del 2016 che ha cancellato interi borghi nel cratere sismico maceratese e ha lasciato il territorio profondamente ferito. Oggi, a quaranta anni, continua a scommettere su quel luogo fragile, portando avanti un lavoro che era già difficile prima delle scosse e che è diventato ancora più complicato dopo.
L'impegno di Bonomi ruota attorno a una razza ovina storica: la sopravissana, legata all'Appennino centrale da secoli e oggi a rischio estinzione. Da quando ha iniziato l'allevamento, ha costruito un'azienda nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini dedicata al recupero genetico di questa razza. Il lavoro è lungo, metodico, fondato sulla selezione attenta degli animali e sulla crescita graduale del gregge. Non è un'attività che promette risultati rapidi, ma Bonomi ha scelto di restare comunque. "Io qui non sono nata, questo posto l'ho scelto per vivere", ha raccontato all'ANSA. "Si può quindi immaginare quanto amore abbia messo nel rimanere quassù, caparbiamente, nonostante le infinite difficoltà che ancora oggi attraversano il territorio".
Negli ultimi anni, il progetto si è allargato. Accanto al recupero della razza, Bonomi ha iniziato a valorizzare la lana della sopravissana, che descrive come "meravigliosa". Da questa materia prima l'azienda ha sviluppato una filiera completa: prima piumoni e trapunte, poi una collezione di capi di abbigliamento e maglieria. La tutela della razza si è trasformata in un progetto capace di creare nuovi prodotti, di dare forma economica a un impegno che altrimenti resterebbe confinato al solo recupero biologico.
Ma il percorso non è stato lineare. All'inizio della sua attività, un attacco di lupo le costò sedici pecore su un gregge di circa quaranta animali, compromettendo parte del lavoro di selezione genetica che aveva già iniziato. Quell'episodio le insegnò una lezione che suo nonno, un secolo prima, aveva già imparato: la protezione del bestiame passa attraverso i cani pastore. Bonomi ha recuperato quell'esperienza, introducendo nel gregge cani maremmano-abruzzese e facendo scelte oculate nella loro gestione. Da allora, non ha più avuto perdite significative di bestiame.
Quell'esperienza l'ha trasformata in una formatrice. Dopo anni di lavoro sul campo, Bonomi è diventata una risorsa per altri allevatori, insegnando come gestire i cani pastore per la protezione delle greggi dai predatori. I suoi risultati l'hanno portata a essere chiamata anche all'estero: dalla Finlandia, dove ha formato allevatori di renne, all'Australia, dove ha insegnato come selezionare, crescere e gestire i cani destinati a difendere le greggi dai dingo. Il suo sapere, costruito nel cratere sismico maceratese, ha iniziato a circolare nel mondo.
Quando le è stato chiesto se, tornando indietro, rifarebbe la stessa scelta di restare sui Sibillini, Bonomi non ha mostrato dubbi. "Sicuramente sì. Non mi pento di nulla di quello che ho fatto", ha detto. Il terremoto, ammette, le ha rubato dieci anni di tempo. Ma la scelta di rimanere, di continuare a scommettere su un territorio ferito, di salvare una razza dall'estinzione e di trasformare quel lavoro in qualcosa di più ampio — tutto questo non è una decisione che ripudia. È una scelta personale, radicata, che continua a portare avanti ogni giorno.
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Io qui non sono nata, questo posto l'ho scelto per vivere. Si può quindi immaginare quanto amore abbia messo nel rimanere quassù, caparbiamente, nonostante le infinite difficoltà che ancora oggi attraversano il territorio— Silvia Bonomi
Il terremoto mi ha rubato dieci anni di tempo, ma sicuramente sì, rifarei la stessa scelta di restare sui Sibillini. Non mi pento di nulla di quello che ho fatto— Silvia Bonomi