Mentre l'emisfero settentrionale scivolava verso l'autunno del 2026, i dati epidemiologici di Stati Uniti e Giappone hanno cominciato a raccontare una storia diversa dal solito: l'influenza era già lì, settimane prima del suo tempo. L'epidemiologa Caitlin Rivers ha messo in parole ciò che i numeri suggerivano — qualcosa non tornava — e quella frase è diventata il segnale di una stagione che ha rotto il suo copione storico. Con un sottotipo H1N1 portatore di una mutazione potenzialmente capace di eludere le difese immunitarie, la comunità scientifica si trova a navigare un'incertezza che non ri
Influenza in anticipo nell'emisfero nord: epidemiologa Johns Hopkins avverte «qualcosa non quadra»
Nei dati c'è qualcosa che non quadra
Perché gli epidemiologi dicono che "qualcosa non quadra"? È solo una questione di tempistica?
Non solo. È il tempismo combinato con l'intensità. Tassi di positività all'8,5 percento in California a fine settembre sono anomali. In Giappone, tutte le 47 prefetture hanno raggiunto la soglia epidemica contemporaneamente. Non è una variazione normale.
Ma dobbiamo essere chiari: Rivers non ha detto che il virus è più pericoloso. Ha detto che i dati sono strani. Potrebbe essere dovuto a cambiamenti nei comportamenti di test, a variazioni climatiche, a tanti fattori.
E questa mutazione G155E che hanno trovato? È il motivo dell'aumento?
Potrebbe contribuire, ma qui bisogna essere cauti. Bloom ha detto che potrebbe rendere meno efficace il riconoscimento anticorpale, ma ha anche sottolineato che sono test limitati.
Esattamente. Sono test in laboratorio, non ancora confermati in situazioni reali. Non sappiamo ancora se questa mutazione ha un impatto clinico significativo sulla trasmissione o sulla gravità.
Quindi cosa dovremmo aspettarci in Italia?
Probabilmente un'epidemia influenzale anticipata, come è accaduto lo scorso anno, ma potenzialmente ancora più precoce. I sistemi sanitari dovrebbero prepararsi.
L'unica cosa che sappiamo con certezza è che il virus sta circolando prima del solito in alcuni Paesi. Quello che accadrà in Italia dipenderà da molti fattori: circolazione virale, copertura vaccinale, comportamenti della popolazione. Non è scritto da nessuna parte.
Le Pouls
- Negli USA e in Giappone i casi di influenza sono esplosi settimane prima del normale, con tassi di positività che in alcune regioni superavano già quelli tipici di dicembre.
- Il Giappone ha dichiarato lo stato di epidemia nazionale a inizio ottobre, con tutte e 47 le prefetture oltre la soglia di allerta e alcune scuole costrette a chiudere.
- Il 96% dei casi è attribuito all'H1N1, un ceppo che porta la mutazione G155E, capace — secondo ricerche preliminari — di ridurre l'efficacia degli anticorpi già presenti nella popolazione.
- Gli epidemiologi avvertono che un'influenza precoce non è necessariamente più letale, ma la combinazione di anticipo, alta positività e mutazione virale impone sorveglianza rafforzata.
- L'Italia non ha ancora registrato un'epidemia dichiarata, ma i sistemi sanitari europei si stanno preparando a una stagione che potrebbe anticipare ulteriormente i tempi rispetto allo scorso anno.
Mentre l'emisfero settentrionale scivolava verso l'autunno del 2026, i dati epidemiologici di Stati Uniti e Giappone hanno cominciato a raccontare una storia diversa dal solito: l'influenza era già lì, settimane prima del suo tempo. L'epidemiologa Caitlin Rivers ha messo in parole ciò che i numeri suggerivano — qualcosa non tornava — e quella frase è diventata il segnale di una stagione che ha rotto il suo copione storico. Con un sottotipo H1N1 portatore di una mutazione potenzialmente capace di eludere le difese immunitarie, la comunità scientifica si trova a navigare un'incertezza che non riguarda solo il calendario, ma la natura stessa del virus.
Alla fine di settembre 2026, mentre l'autunno si affacciava sull'emisfero settentrionale, i dati epidemiologici di Stati Uniti e Giappone hanno cominciato a segnalare qualcosa di insolito. L'epidemiologa Caitlin Rivers, del Center for Health Security della Johns Hopkins, ha sintetizzato l'anomalia con una frase netta: nei dati, ha scritto, "c'è qualcosa che non quadra".
La stagione influenzale segue di norma un ritmo prevedibile — inizio tra ottobre e novembre, picco a febbraio, declino in primavera. Ma questa volta il copione è stato stravolto. In Alaska i numeri erano già paragonabili a quelli di dicembre dell'anno precedente. In California il tasso di positività all'influenza A aveva raggiunto l'8,5 percento, nello Stato di Washington l'8,4 percento, alle Hawaii il 6,3 percento con un parallelo aumento degli accessi ospedalieri.
Il Giappone viveva una situazione ancora più acuta: la stagione era iniziata ad agosto, il secondo avvio più precoce dal 1999. A inizio ottobre tutte e 47 le prefetture avevano superato la soglia epidemica, il Ministero della Salute aveva dichiarato lo stato di epidemia nazionale e alcune scuole erano state chiuse. Anche in Inghilterra, pur con livelli complessivamente più bassi, la positività era in crescita e già superiore a qualsiasi dato degli ultimi quattro anni.
A rendere il quadro più complesso è il profilo virale: il 96 percento dei casi è causato dall'H1N1, che presenta una mutazione denominata G155E. Il virologo Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Center ha pubblicato su Nature l'ipotesi che questa variante possa ridurre l'efficacia del riconoscimento anticorpale, pur precisando che le evidenze sono ancora preliminari e richiedono conferme.
L'Italia non ha ancora registrato un'epidemia dichiarata, ma gli esperti ritengono probabile un'ondata anticipata anche nel nostro Paese, forse ancora più precoce di quella dello scorso anno. I sistemi sanitari europei si stanno attrezzando, consapevoli che questa stagione potrebbe non rispettare il calendario a cui eravamo abituati.
Negli ultimi giorni di settembre, mentre l'emisfero settentrionale si preparava all'autunno, qualcosa ha iniziato a non tornare nei dati epidemiologici. Negli Stati Uniti e in Giappone, i casi di influenza stavano salendo con una velocità e un'intensità insolite per il periodo. La professoressa Caitlin Rivers, epidemiologa presso il Center for Health Security dell'Università Johns Hopkins, ha notato l'anomalia e l'ha segnalata nella sua newsletter di fine settembre con una frase che risuona ancora: nei dati, ha scritto, "c'è qualcosa che non quadra".
La stagione influenzale segue normalmente un copione prevedibile. Inizia tra ottobre e novembre, raggiunge il picco nelle prime settimane dell'anno nuovo — spesso a febbraio — e poi declina verso aprile. Ma l'influenza 2026-27 ha rotto il copione. Sulla costa del Pacifico americana, i test positivi hanno iniziato a moltiplicarsi settimane prima del previsto. In Alaska, i numeri erano già in aumento da settimane e paragonabili a quelli di dicembre dell'anno precedente, con accessi al pronto soccorso all'1,8 percento a fine settembre — una cifra considerata elevata per quel momento dell'anno. In California, nella Bay Area, il tasso di positività all'influenza A aveva raggiunto l'8,5 percento secondo i dati dei CDC. Alle Hawaii era arrivato al 6,3 percento, con un aumento parallelo degli accessi ospedalieri. Nello Stato di Washington il tasso toccava l'8,4 percento, ben sopra le medie stagionali.
Ma il fenomeno non era limitato agli Stati Uniti. Il Giappone stava vivendo una situazione ancora più drammatica. La stagione influenzale era iniziata ad agosto 2026, il secondo inizio più precoce dal 1999. All'inizio di ottobre, tutte e 47 le prefetture del Giappone avevano raggiunto la soglia epidemica, con il Ministero della Salute che aveva già dichiarato lo stato di epidemia nazionale. Nella prefettura di Okinawa il tasso aveva toccato 42,50 persone per 100.000 abitanti, superando ampiamente la soglia di allerta fissata a 30. Di fronte a questi numeri, alcune scuole erano state chiuse e il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare aveva diffuso raccomandazioni su igiene delle mani, distanziamento nei luoghi pubblici e altre misure per contenere la trasmissione.
In Inghilterra, dove i livelli di influenza restavano ancora bassi nel complesso, la positività era comunque in crescita: dal 5 percento di fine settembre al 6,5 percento, e comunque superiore a qualsiasi dato degli ultimi quattro anni. Il quadro che emergeva era quello di un'onda influenzale che si stava propagando in anticipo attraverso l'emisfero settentrionale, con intensità variabile ma ovunque anomala rispetto ai pattern storici.
Ciò che rende ancora più inquietante la situazione è il sottotipo virale dominante. Secondo i CDC, il 96 percento dei casi è dovuto all'H1N1, mentre l'H3N2 — il ceppo che aveva trainato l'epidemia dell'anno precedente — rappresenta solo il 4 percento. Ma all'interno dell'H1N1 i ricercatori hanno identificato una mutazione particolare, denominata G155E, che secondo il virologo Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Center potrebbe rendere meno efficace il riconoscimento del virus da parte degli anticorpi. La scoperta, pubblicata su Nature, rappresenta un elemento di preoccupazione, anche se Bloom stesso ha sottolineato che si tratta di test ancora limitati che richiedono conferme attraverso indagini più approfondite.
Un'influenza anticipata non significa necessariamente che sia più contagiosa o virulenta di quella stagionale. Eppure il fatto che stia arrivando prima, con tassi di positività superiori alle medie, e con un sottotipo che porta una mutazione potenzialmente problematica, ha spinto gli epidemiologi a mantenere alta l'attenzione. L'Italia, al momento, non ha ancora registrato un'epidemia dichiarata, ma alla luce di quanto accade negli altri Paesi dell'emisfero settentrionale, è probabile che anche il nostro Paese vedrà arrivare l'influenza prima del solito, forse ancora più precocemente di quanto accaduto lo scorso anno. I sistemi sanitari europei si stanno preparando, consapevoli che questa stagione potrebbe non seguire il calendario tradizionale.
Citations marquantes
Nei dati c'è qualcosa che non quadra— Caitlin Rivers, epidemiologa Johns Hopkins
La mutazione G155E potrebbe rendere meno efficace il riconoscimento del virus da parte degli anticorpi, ma si tratta di test limitati che richiedono conferme— Jesse Bloom, virologo Fred Hutchinson Cancer Center