Governo e raffinerie: disponibilità a valutare aumento produzione carburanti

Le raffinerie servono oggi, domani, e anche dopo domani
Gianni Murano dell'Unem chiede che la raffinazione diventi un settore strategico europeo protetto, non abbandonato alle logiche di mercato.
Mark

Perché il governo italiano convoca le raffinerie proprio adesso? Cosa è cambiato?

Mimi

I prezzi dei carburanti stanno salendo in tutto il mondo, e l'Europa si è accorta di avere un problema: ha chiuso troppo rapidamente le sue raffinerie. L'Italia, invece, le ha mantenute. Ora il governo vuole capire se può aumentare la produzione, soprattutto di jet fuel, che è il collo di bottiglia.

Luke

Ma aspetta — le raffinerie dicono che aumentare la produzione richiede anni di lavoro sugli impianti. Quindi questa riunione è più una ricognizione che un piano concreto?

Mimi

Esattamente. Pichetto Fratin lo dice chiaramente: c'è disponibilità, ma gli aumenti reali richiedono tempo. Ogni impianto avrà una valutazione separata.

Mark

E l'Europa cosa c'entra? Perché Murano parla di un regolamento europeo?

Mimi

Perché la raffinazione non è tutelata come settore strategico a livello europeo. Murano dice che serve una protezione politica, altrimenti le raffinerie continueranno a chiudere quando i margini di profitto calano.

Luke

Quindi il vero problema non è tecnico, è che l'Europa non ha ancora deciso se le raffinerie sono importanti o no?

Mimi

Sì. Fino a ieri la logica era: le raffinerie chiuderanno perché tutti passeranno alle auto elettriche. Adesso ci si rende conto che non è così semplice.

Mark

E l'Italia cosa guadagna da tutto questo?

Mimi

Ha preservato un'infrastruttura critica mentre gli altri la smantellano. Ora può posizionarsi come fornitore strategico, ma solo se l'Europa riconosce il valore di questo settore.

Luke

Rimane una domanda aperta: quanta produzione in più si può davvero ottenere? La riunione non dà numeri concreti.

Mimi

No, perché dipende dai risultati delle verifiche impianto per impianto. È un processo che richiede tempo, non una decisione che si prende in una riunione.

  • Il jet fuel è diventato il punto critico della catena di approvvigionamento europea, e l'Italia non produce abbastanza per coprire la propria domanda interna.
  • Le raffinerie si dichiarano disponibili agli incrementi, ma avvertono: aumentare la produzione richiede interventi sugli impianti che si misurano in anni, non in settimane.
  • Una parte significativa del carburante raffinato in Italia finisce all'estero, complicando il quadro e rendendo necessaria un'analisi impianto per impianto prima di qualsiasi impegno.
  • Il presidente dell'Unem denuncia l'assenza di un regolamento europeo che riconosca la raffinazione come settore strategico, lasciandola esposta alle sole forze di mercato.
  • Il governo ha aperto il tavolo e le raffinerie hanno risposto con disponibilità, ma senza un cambio di prospettiva a Bruxelles ogni sforzo italiano rischia di restare parziale e fragile.

In un momento in cui i prezzi globali dei carburanti salgono e l'Europa sconta anni di dismissioni industriali, il governo italiano ha riunito i vertici delle tredici raffinerie nazionali per interrogarsi su quanto e come si possa produrre di più. La scelta italiana di preservare questi impianti — controcorrente rispetto al resto del continente — appare oggi come una lungimiranza che chiede però un completamento: non basta conservare, occorre espandere, e per farlo serve una volontà politica che ancora manca a livello europeo. La questione del jet fuel cristallizza una tensione più profonda tra sovranità energetica e governance continentale, tra capacità tecnica disponibile e cornici normative assenti.

Al ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministro Adolfo Urso e il collega all'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin hanno riunito i vertici delle tredici raffinerie italiane — dieci tradizionali, due specializzate in biocarburanti, una in conversione verso il biologico a Livorno — per affrontare una domanda sempre più urgente: è possibile aumentare la produzione di carburanti, e in particolare di jet fuel, mentre i prezzi salgono in tutto il mondo?

L'Italia parte da una posizione di vantaggio relativo: ha scelto di non chiudere i propri impianti quando il resto d'Europa li dismetteva, proteggendo realtà come l'Isab di Priolo e seguendo i passaggi di proprietà di Saras e IP. Urso rivendica questa scelta come strategicamente corretta. Pichetto Fratin aggiunge però una nota di cautela: una quota rilevante di quanto viene raffinato in Italia viene esportata, e prima di parlare di espansione occorre comprendere il quadro completo.

Le raffinerie si sono dette disponibili a verificare i margini di incremento, ma con aspettative realistiche: ogni aumento produttivo richiede interventi tecnici che si misurano in anni, e ogni impianto andrà valutato singolarmente, tenendo conto delle sue caratteristiche operative e dei vincoli ambientali.

Il nodo più profondo lo ha nominato Gianni Murano, presidente dell'Unem: il problema non è tecnico, è politico. La raffinazione europea non è tutelata come infrastruttura critica, e senza un regolamento continentale che la protegga anche nei momenti di margini bassi, le raffinerie restano vulnerabili. Il governo italiano ha aperto il tavolo, le aziende hanno risposto con disponibilità, ma la vera partita si gioca a Bruxelles: convincere l'Europa che proteggere questo settore non è un passo indietro, ma una necessità del presente e del futuro.

Al ministero delle Imprese e del Made in Italy, il governo italiano ha riunito i vertici di tredici raffinerie nazionali per affrontare una questione che sta diventando sempre più urgente: come aumentare la produzione di carburanti mentre i prezzi salgono in tutto il mondo. Alla tavola siedono il ministro Adolfo Urso, il collega all'Ambiente e alla Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, e i rappresentanti delle aziende che gestiscono il settore della raffinazione italiana — dieci raffinerie tradizionali, due specializzate in biocarburanti, e una a Livorno in fase di conversione verso il biologico.

L'Italia si trova in una posizione particolare rispetto al resto dell'Europa. Mentre il continente ha progressivamente chiuso i suoi impianti di raffinazione negli ultimi anni, il governo italiano ha scelto di preservare questa infrastruttura critica. Lo ha fatto proteggendo l'Isab di Priolo, seguendo i passaggi di proprietà di Saras e IP, mantenendo viva una capacità produttiva che oggi appare sempre più preziosa. Urso sottolinea che le raffinerie sono un settore strategico, e che l'Italia ha fatto bene a non seguire la tendenza europea verso il loro abbandono. Ma la situazione attuale richiede di fare un passo ulteriore: non solo preservare, ma espandere.

Il nodo centrale della riunione è il jet fuel. Questo carburante specializzato sta diventando il punto critico della catena di approvvigionamento europea, e l'Italia non produce abbastanza per coprire la domanda nazionale. Urso vuole capire cosa si può fare subito, sia a livello italiano che europeo, per aumentare questa produzione. Pichetto Fratin arriva con una prospettiva più cauta: l'Italia ha ancora raffinerie e una produzione nazionale sufficiente per la maggior parte dei bisogni, ma una parte significativa di quello che viene raffinato qui finisce all'estero. Prima di parlare di aumenti, bisogna capire il quadro completo.

Le raffinerie stesse si dichiarano disponibili a verificare i margini per ulteriori incrementi. Ma questa disponibilità ha dei limiti reali. Aumentare la produzione non è una questione di volontà: richiede interventi sugli impianti, e questi interventi richiedono anni. Pichetto Fratin lo ribadisce al termine dell'incontro: sì, si può fare qualche sforzo, sì c'è disponibilità alle verifiche, ma le aspettative devono essere realistiche. Ogni raffineria avrà una valutazione separata, considerando le sue caratteristiche operative specifiche e i vincoli ambientali e normativi che la circondano.

Ma il vero problema, secondo Gianni Murano, presidente dell'Unem — l'associazione di categoria dei petrolieri — non è tecnico. È politico. La raffinazione europea non è tutelata come settore strategico. Fino a ieri, la logica prevalente era che le raffinerie potevano chiudersi tranquillamente perché tutti sarebbero passati alle auto elettriche. Murano dice chiaramente: non è così. Le raffinerie servono oggi, serviranno domani, e serviranno anche dopo domani. Ma per proteggerle, per permettere loro di operare anche quando i margini di profitto sono bassi, serve un regolamento europeo che non esiste ancora.

Ciò che emerge dall'incontro è una frattura tra la capacità tecnica e la volontà politica. L'Italia ha le raffinerie, ha gli impianti, ha la possibilità di aumentare la produzione — ma solo se il contesto europeo cambia. Serve una decisione a livello continentale che riconosca la raffinazione come infrastruttura critica, non come settore da lasciare alle forze di mercato. Senza questo cambio di prospettiva, anche la disponibilità italiana a fare sforzi rimane incompleta. Il governo ha aperto il tavolo, le raffinerie hanno detto sì alle verifiche, ma la vera sfida è convincere l'Europa che proteggere questo settore non è un passo indietro, è una necessità presente e futura.

Le raffinerie sono un settore strategico. In questi anni abbiamo preservato le nostre mentre in Europa continuavano a chiuderle.
— Ministro Adolfo Urso
La raffinazione deve diventare un settore strategico europeo tutelato, con regolamenti che permettano alle raffinerie di operare anche con margini più bassi.
— Gianni Murano, presidente Unem
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