Un miliardo di euro in welfare aziendale genererebbe 800 milioni di crescita del PIL nel primo anno e 1,25 miliardi al terzo, con recupero di gettito fiscale di 280-480 milioni. Il 77% delle aziende con oltre 10 dipendenti eroga già fringe benefit, ma l'incertezza normativa frena gli investimenti strutturali: il 22% dei datori di lavoro la indica come ostacolo principale.
Fringe benefit: ogni euro di welfare genera effetto Pil 4 volte superiore a taglio Irpef
Il welfare obbliga la spesa immediata, alimentando direttamente la domanda
Perché il fringe benefit funziona così bene rispetto a un taglio fiscale?
Perché obbliga la spesa immediata. Un taglio Irpef finisce in conto corrente; il welfare aziendale deve essere speso in tempi brevi, alimentando direttamente la domanda interna.
Ma questi moltiplicatori della Banca d'Italia — quanto sono robusti? Sono stime basate su modelli storici, giusto?
Sì, sono derivati dal modello econometrico della Banca d'Italia. Non sono certezze, ma sono il miglior strumento che abbiamo per prevedere gli effetti macroeconomici.
E se le aziende non prolungano il welfare? Cosa succede davvero ai lavoratori?
Il 53% lo usa per beni di prima necessità. Senza fringe benefit, il 47% degli acquisti per cura della persona non verrebbe fatto. È potere d'acquisto reale che scompare.
Ma il 40% delle aziende non sa come reagirebbe a una mancata proroga. Quindi il 20% che dice taglierebbe il budget — è una dichiarazione d'intenti o una certezza?
È quello che hanno dichiarato quando intervistati. Non è una previsione, è quello che dicono oggi che farebbero.
Qual è il vero ostacolo allora? Il costo per lo Stato?
No, il costo è contenuto e in linea con i bilanci già stanziati. L'ostacolo è l'incertezza normativa. Il 22% dei datori di lavoro la indica come freno principale agli investimenti strutturali.
E se rendessero permanenti i benefici domani, quanti lavoratori ne beneficerebbero davvero? Sappiamo che il 77% delle aziende eroga già fringe benefit, ma quanti lavoratori?
I dati di Satispay mostrano 430.000 lavoratori in tre anni, ma è una sola piattaforma. Il numero totale è probabilmente molto più alto.
Quindi è una questione di fiducia nel futuro?
Esattamente. Le aziende investono in welfare quando sanno che potranno contarvi negli anni a venire. L'incertezza le paralizza.
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- Un miliardo di euro in welfare aziendale genera 800 milioni di crescita del PIL nel primo anno e 1,25 miliardi al terzo
- Il 77% delle aziende con oltre 10 dipendenti eroga già fringe benefit, ma il 22% dei datori di lavoro indica l'incertezza normativa come ostacolo principale
- Il 53% dei lavoratori utilizza il fringe benefit per acquistare beni di prima necessità
- Senza proroga, il 20% delle aziende taglierebbe il budget welfare e il 47% degli acquisti per cura della persona non verrebbe fatto
Un miliardo di euro in welfare aziendale genererebbe 800 milioni di crescita del PIL nel primo anno e 1,25 miliardi al terzo, con recupero di gettito fiscale di 280-480 milioni. Il 77% delle aziende con oltre 10 dipendenti eroga già fringe benefit, ma l'incertezza normativa frena gli investimenti strutturali: il 22% dei datori di lavoro la indica come ostacolo principale.
Uno studio di Cottarelli e Galli dimostra che ogni euro di fringe benefit produce un effetto sul PIL quattro volte superiore a un taglio Irpef equivalente, grazie all'effetto moltiplicatore e all'impatto diretto sulla domanda interna.
Due economisti hanno messo i numeri sulla tavola, e il risultato è sorprendente: il welfare aziendale funziona come una leva economica molto più potente di quanto i governi tendono a credere. Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli, dell'Osservatorio Conti Pubblici Italiani, hanno calcolato che ogni euro speso in fringe benefit produce un effetto sull'economia quattro volte superiore a quello di un taglio equivalente dell'Irpef. La ragione è semplice ma decisiva: mentre una riduzione fiscale finisce spesso nei risparmi privati, il welfare aziendale obbliga le persone a spendere il denaro in tempi brevi, alimentando direttamente la domanda interna.
I numeri dello studio sono concreti. Se lo Stato investisse un miliardo di euro aggiuntivo in welfare aziendale, il PIL crescerebbe di 800 milioni nel primo anno e di 1,25 miliardi entro il terzo anno. Nel frattempo, le casse pubbliche recupererebbero circa 280 milioni di gettito fiscale nel primo anno e 480 milioni al terzo. Il costo netto effettivo per lo Stato si attesterebbe intorno ai 648 milioni annui, una cifra in linea con quanto già previsto nel bilancio per il triennio 2025-2027. A titolo di confronto, un taglio fiscale dell'1% genera normalmente solo lo 0,11% di crescita del PIL, traducendosi prevalentemente in risparmio privato piuttosto che in stimolo economico.
Ma c'è un ostacolo concreto che frena questa macchina virtuosa: l'incertezza normativa. Una ricerca del Politecnico di Milano rivela che il 77% delle aziende con più di dieci dipendenti eroga già almeno una forma di fringe benefit, eppure il 22% dei datori di lavoro identifica proprio l'instabilità delle regole fiscali come il principale freno all'ampliamento di questi programmi. Le aziende non investono in welfare strutturale quando non sanno se potranno contare su benefici fiscali stabili negli anni a venire. È una paralisi causata dall'incertezza, non dalla mancanza di volontà.
Le conseguenze di una mancata proroga dei benefici sarebbero immediate e diffuse. Il 20% delle aziende intervistate ha dichiarato apertamente che taglierebbe il budget welfare, il 16% lo ridurrebbe fino alla nuova soglia di esenzione, mentre il 40% non sa nemmeno come reagirebbe. Ma il vero costo ricade sui lavoratori. Il 53% utilizza il fringe benefit per acquistare beni di prima necessità: cibo, medicine, servizi essenziali. Il 93% dei buoni acquisto viene effettivamente speso, contro il 64-67% delle forme di flexible benefit più vincolate. Senza fringe benefit, il 47% degli acquisti per cura della persona e il 26% di quelli per cultura, intrattenimento e arredamento semplicemente non verrebbero fatti.
Martina Mauri, direttrice dell'Osservatorio HR Innovation al Politecnico di Milano, sottolinea che il fringe benefit è oggi lo strumento di welfare con il tasso di utilizzo più alto e l'impatto più diretto sul potere d'acquisto reale. L'incertezza normativa non è un problema teorico: si traduce in scelte concrete delle aziende che rinunciano a investire quando non possono pianificare su orizzonti pluriennali. Stabilizzare le soglie significherebbe sbloccare un potenziale ancora largamente inespresso.
Alberto Dalmasso, CEO di Satispay, la piattaforma di pagamento che gestisce molti di questi benefici, aggiunge una prospettiva dal campo. In tre anni, i lavoratori che usano il welfare attraverso Satispay sono diventati oltre 430.000, perché le aziende hanno capito che il welfare non è un accessorio ma uno strumento fondamentale per il benessere delle persone. Eppure l'incertezza sulle soglie di detassazione continua a limitarne le potenzialità. In un contesto dove l'inflazione frena la crescita dei salari e comprime il potere d'acquisto, rendere strutturale questa misura rappresenterebbe una scelta sostenibile per lo Stato, vantaggiosa per le aziende e, soprattutto, di grande sostegno per i lavoratori.
La ricerca di Cottarelli e Galli conclude con una raccomandazione chiara: rendere permanenti i benefici fiscali dei fringe benefit. Non è una proposta ideologica, ma una conclusione basata su modelli econometrici della Banca d'Italia. Rispetto ad altri interventi di sostegno, la stabilizzazione del welfare presenta un vantaggio macroeconomico netto: incentivando direttamente la spesa delle famiglie, sostiene la domanda interna e genera un impatto positivo sul PIL fino a quattro volte più elevato rispetto a riduzioni fiscali generalizzate. La palla è ora nel campo della politica.
Bemerkenswerte Zitate
L'incertezza normativa non è un problema teorico: si traduce in scelte concrete delle aziende, che rinunciano a investire in welfare quando non possono pianificare su orizzonti pluriennali— Martina Mauri, Direttrice dell'Osservatorio HR Innovation, Politecnico di Milano
Rendere strutturale questa misura è una scelta sostenibile per lo Stato, vantaggiosa per le aziende e, soprattutto, di grande sostegno per i lavoratori— Alberto Dalmasso, CEO di Satispay