Per ventiquattro ore, l'Italia siderurgica si è fermata: da Taranto a Genova fino a Novi Ligure, migliaia di lavoratori ex Ilva hanno trasformato strade e piazze in luoghi di resistenza collettiva. Dietro lo sciopero proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb non c'è solo la paura del licenziamento, ma una domanda più antica su cosa significhi salvare un'industria senza sacrificare né il lavoro né la salute di chi ci vive accanto. Il governo è chiamato a rispondere, ma le voci in campo parlano lingue diverse — e la più silenziata resta quella dei cittadini che respirano l'aria di Taranto.
Ex Ilva, la protesta dei lavoratori attraversa l'Italia con sciopero di 24 ore
Non siamo criminali, abbiamo solo bisogno di lavorare
Perché uno sciopero di ventiquattro ore in questo momento? Cosa è successo prima?
I sindacati hanno deciso di fermare tutto per forzare il governo a convocarli di nuovo. C'è una decisione di chiudere gli impianti del Nord dal 15 novembre, e loro dicono che non è accettabile senza una discussione seria.
Ma il comunicato non spiega il perché della chiusura. È una decisione già presa? È una minaccia? Questo è importante.
È una minaccia, credo. Il governo sta dicendo: se non trovate una soluzione, chiudiamo. Ma i sindaci e i governatori del Nord dicono che gli impianti possono continuare a funzionare.
E a Taranto cosa chiedono? Diverso dal Nord?
A Taranto chiedono una legge speciale, investimenti, sviluppo. Il presidente della Regione Puglia parla di decarbonizzazione. È una visione diversa: trasformare la fabbrica, non fermarla.
Qui c'è una tensione che il pezzo non risolve. Il Nord vuole continuare come prima. Il Sud vuole trasformare. Sono compatibili?
E i lavoratori di Novi Ligure? Cinquecento posti sono in pericolo.
Loro chiedono semplicemente di continuare a lavorare. Non è una posizione ideologica. È: voglio il mio stipendio.
Ma il pezzo non dice cosa succede ai cinquecento se gli impianti chiudono. È una cifra, ma non sappiamo il peso reale.
E quella cosa dei Genitori Tarantini? Sembrava fuori dal coro.
Sì. Dicono che nessuno sta difendendo la salute dei tarantini. Che tutti — sindacati compresi — sono uniti contro di loro, non per loro.
Questo è il vero conflitto, forse. Non è sciopero contro governo. È lavoro contro salute, e nessuno sa come risolverlo.
Il Polso
- Trentasette autocisterne bloccate dentro la raffineria Eni di Taranto e la statale 7 paralizzata: lo sciopero ha avuto un impatto immediato e visibile sul territorio.
- A Genova i lavoratori hanno trovato la Prefettura sbarrata dai blindati del Reparto Mobile, trasformando un incontro istituzionale in un momento di rottura e accampamento sull'asfalto.
- A Novi Ligure cinquecento posti di lavoro sono appesi a un filo, e il sindaco ha sfilato in corteo con la fascia tricolore per dare peso politico a una crisi che rischia di svuotare la città.
- I sindacati chiedono una convocazione urgente a Palazzo Chigi, mentre le istituzioni locali del Nord e del Sud propongono soluzioni opposte: continuità produttiva immediata contro decarbonizzazione graduale.
- L'associazione Genitori Tarantini denuncia che nessuno — né sindacati né politici — ha pronunciato una sola parola sulla salute degli abitanti, aprendo una frattura tra la lotta per il lavoro e quella per la vita.
Per ventiquattro ore, l'Italia siderurgica si è fermata: da Taranto a Genova fino a Novi Ligure, migliaia di lavoratori ex Ilva hanno trasformato strade e piazze in luoghi di resistenza collettiva. Dietro lo sciopero proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb non c'è solo la paura del licenziamento, ma una domanda più antica su cosa significhi salvare un'industria senza sacrificare né il lavoro né la salute di chi ci vive accanto. Il governo è chiamato a rispondere, ma le voci in campo parlano lingue diverse — e la più silenziata resta quella dei cittadini che respirano l'aria di Taranto.
Lo sciopero è partito da Taranto e ha attraversato l'Italia per ventiquattro ore. Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno fermato tutti gli impianti dell'ex Ilva, portando migliaia di lavoratori nelle strade. A Taranto, dopo un'assemblea nel parcheggio della direzione, il corteo ha raggiunto la raffineria Eni bloccando trentasette autocisterne e paralizzando la statale 7 verso Bari. Durante la notte, un gazebo sulla rotatoria della statale 106 ha tenuto vivo il presidio. Il sindaco Piero Bitetti ha marciato con i lavoratori, chiedendo una legge speciale per nuovi investimenti nella città.
La protesta portava con sé una richiesta precisa al governo: una nuova convocazione a Palazzo Chigi. Ma sul futuro dell'industria le posizioni divergevano. A Genova, la sindaca Silvia Salis e il presidente della Regione Marco Bucci si sono opposti allo stop degli impianti del Nord previsto per il 15 novembre, sostenendo che lo stabilimento funzionava e il mercato ne aveva bisogno. Bucci aveva proposto persino di acquistare materie prime all'estero per evitare l'interruzione. Il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro indicava invece la strada della decarbonizzazione, con il processo a freddo come ponte verso il futuro.
A Genova il corteo ha trovato la Prefettura sbarrata dai blindati del Reparto Mobile. I lavoratori si sono sentiti trattati da criminali, hanno rifiutato l'incontro con il prefetto e hanno montato le tende sull'asfalto. A Novi Ligure, dove cinquecento posti erano in bilico, il sindaco Rocchino Muliere ha sfilato in fascia tricolore. Il messaggio di Alberto Pastorello della Uilm era essenziale: «Siamo in sciopero per chiedere una cosa sola: lavoro».
Eppure una voce restava inascoltata. L'associazione Genitori Tarantini ha denunciato che nessuno — sindacati, politici, giovani arrivati da Bari — aveva speso una parola sulla salute degli abitanti. La lotta per il lavoro e quella per la salute procedevano su binari separati, e il 17 ottobre si annunciava già un'altra piazza, quella dei cittadini e dei movimenti, per provare a tenere insieme ciò che la politica faticava a riconciliare.
Lo sciopero è partito dalle strade di Taranto e ha attraversato l'Italia come un'onda. Per ventiquattro ore, i quattro sindacati principali — Fim, Fiom, Uilm e Usb — hanno fermato tutti gli impianti dell'ex Ilva, trasformando i cantieri in piazze e le piazze in presidii. Non è stata una protesta silenziosa. A Taranto, dopo l'assemblea nel parcheggio della direzione, migliaia di lavoratori hanno marciato verso la raffineria Eni, bloccando trentasette autocisterne dentro il perimetro e paralizzando la statale 7 in direzione Bari con lunghe code di traffico. Durante la notte, gli operai hanno montato un gazebo sulla rotatoria della statale 106 per mantenere il presidio attivo. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha camminato con loro, rilanciando la richiesta di una legge speciale che creasse le condizioni per nuovi investimenti e posti di lavoro nella città.
Ma la protesta non era solo rabbia. Era anche una domanda precisa rivolta al governo: convocateci di nuovo a Palazzo Chigi. Dietro quella richiesta c'era una frattura profonda su come salvare l'industria siderurgica italiana. A Genova, la sindaca Silvia Salis e il presidente della Regione Marco Bucci hanno contestato l'idea di fermare gli impianti del Nord dal 15 novembre. Secondo loro, lo stabilimento genovese funzionava, i lavoratori volevano solo continuare a produrre, e il mercato richiedeva i prodotti che uscivano da quelle linee. Bucci aveva proposto persino di acquistare coils e bramme sul mercato estero per evitare lo stop. Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, invece vedeva una strada diversa: una fabbrica decarbonizzata, con le attività del processo a freddo che potevano proseguire e ampliarsi nel frattempo.
A Genova, quando il corteo è arrivato sotto la Prefettura, ha trovato gli accessi sbarrati dai blindati del Reparto Mobile. È stato un momento di tensione. I lavoratori si sono sentiti offesi — «Non siamo criminali», ha protestato Armando Palombo della Rsu Fiom — e hanno rifiutato l'incontro con il prefetto, montando le tende direttamente sull'asfalto. A Novi Ligure, dove cinquecento posti di lavoro erano in bilico, il sindaco Rocchino Muliere ha sfilato con la fascia tricolore insieme ai suoi cittadini. Alberto Pastorello della Uilm ha scandito il messaggio più semplice e più urgente: «Siamo in sciopero per chiedere una cosa sola: lavoro. Chiediamo di continuare le produzioni a Novi».
I sindacati hanno salutato la mobilitazione come straordinaria e hanno rinnovato la richiesta di una convocazione urgente a Palazzo Chigi. Ma c'era un'altra voce nella piazza, quella che nessuno stava ascoltando. L'associazione Genitori Tarantini ha denunciato il silenzio sulla salute dei tarantini. «Non una sola parola in difesa della salute dei tarantini», hanno lamentato i portavoce. «Tutti — sindacati, il presidente della Regione, il sindaco, i giovani venuti da Bari — assolutamente tutti uniti contro gli abitanti di questa terra di sacrificio». Era una ferita aperta, una domanda che lo sciopero non aveva affrontato. Eppure gli attivisti guardavano al 17 ottobre, giorno della manifestazione organizzata da cittadini e movimenti, quando altri giovani da tutta la Puglia sarebbero arrivati per sostenerli. La lotta per il lavoro e la lotta per la salute stavano seguendo strade diverse, e nessuno sapeva ancora come farle convergere.
Citazioni salienti
Siamo in sciopero per chiedere una cosa sola: lavoro. Chiediamo di continuare le produzioni a Novi— Alberto Pastorello, Uilm
Esiste una strada ed è quella di una fabbrica decarbonizzata. Nel frattempo l'ex Ilva può e deve continuare a lavorare con le attività produttive del processo a freddo— Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia