Nel giorno in cui la Camera approva definitivamente la riforma elettorale, Giorgia Meloni celebra ad Ascoli Piceno una vittoria che va oltre il testo di legge: si tratta di un riassetto del potere che, secondo i suoi critici, avvicina l'Italia a un premierato di fatto. La premier schiva le domande sul voto anticipato, ma i segnali che arrivano dal suo entourage più fidato disegnano già una traiettoria verso le urne in primavera. In politica, le vittorie legislative sono spesso il preludio di battaglie più grandi.
Meloni esulta per la riforma elettorale e prepara il voto in primavera senza dirlo
La campagna elettorale è già in pieno svolgimento, anche se nessuno la chiama così
Allora, la premier dice che manca un anno alla scadenza naturale. Come si concilia questo con quello che Fazzolari ha scritto sul Foglio?
Non si concilia, è il punto. Meloni dice una cosa ufficialmente, ma il suo sottosegretario più fedele suggerisce tutt'altro. È una strategia: negare pubblicamente mentre si prepara il terreno.
Ma aspetta — Fazzolari ha davvero scritto che giugno è in «leggero vantaggio»? Perché quella è una stima, non una decisione. Potrebbe essere solo una riflessione.
Vero, ma il timing non è casuale. Lo scrive il giorno stesso dell'approvazione della legge. E Malan prima aveva parlato di maggio.
Perché la riforma elettorale è così importante per Meloni, se poi comunque andrà a votare?
Perché la riforma le consente di blindare la sua candidatura a premier. L'obbligo di indicare il nome del candidato presidente al momento del deposito del contrassegno significa che i cittadini votano sapendo chi sarà premier. È un premierato di fatto.
Secondo una parte dei giuristi. L'altra parte dice che aggira la Costituzione. Questo è ancora contestato?
Sì, è ancora contestato. Ma Meloni ha vinto comunque.
E il Quirinale? Mattarella che dice?
Ecco, Meloni sta attenta a non irritare il presidente. Per questo Malan ha ritrattato subito, invocando le prerogative del capo dello Stato.
Quindi il vero scontro costituzionale potrebbe ancora arrivare?
Potrebbe. Ma per ora Meloni preferisce consolidare il consenso personale e aspettare il momento giusto.
E gli alleati? Salvini e Tajani come la prendono?
Navigano in acque agitate, dice il pezzo. Meloni sa che il suo consenso personale è quello che conta davvero, soprattutto per contenere il fenomeno Vannacci.
El Pulso
- La Camera approva la riforma elettorale voluta da Meloni, che impone alle coalizioni di indicare il nome del candidato premier già al momento del deposito del simbolo — una norma che, per molti giuristi, aggira silenziosamente l'articolo 92 della Costituzione.
- Il sottosegretario Fazzolari rompe il silenzio ufficiale e scrive che le elezioni anticipate a giugno sono in leggero vantaggio rispetto alla scadenza naturale: un'uscita che non sembra casuale.
- Meloni risponde alle domande sul voto con una battuta sulle 'alchimie' altrui, ma la sua agenda — fatta di inaugurazioni, selfie e bagni di folla — racconta una campagna elettorale già in corso.
- Salvini e Tajani navigano in acque agitate, e il centrodestra punta sul consenso personale della premier per raggiungere il 42% necessario al premio di maggioranza e arginare il fenomeno Vannacci.
Nel giorno in cui la Camera approva definitivamente la riforma elettorale, Giorgia Meloni celebra ad Ascoli Piceno una vittoria che va oltre il testo di legge: si tratta di un riassetto del potere che, secondo i suoi critici, avvicina l'Italia a un premierato di fatto. La premier schiva le domande sul voto anticipato, ma i segnali che arrivano dal suo entourage più fidato disegnano già una traiettoria verso le urne in primavera. In politica, le vittorie legislative sono spesso il preludio di battaglie più grandi.
Ad Ascoli Piceno, inaugurando i lavori di riqualificazione di Palazzo Saladini Pilastri, Giorgia Meloni ha celebrato l'approvazione definitiva della riforma elettorale che aveva fortemente voluto. «Rimette più potere nelle mani dei cittadini e garantisce stabilità», ha dichiarato la premier, soddisfatta di aver superato anche le resistenze interne di Forza Italia e Lega. La mattina aveva già esultato sui social; il pomeriggio ha ribadito il messaggio di persona, con la sicurezza di chi ha appena incassato una vittoria politica importante.
Quando le è stato chiesto del voto anticipato, Meloni ha risposto con una battuta: manca un anno alla scadenza naturale, ha detto, ed è concentrata sul lavoro. Ma proprio quel giorno il sottosegretario Fazzolari aveva scritto che le elezioni a giugno erano in leggero vantaggio rispetto all'ottobre 2027 — un'uscita che lasciava intravedere la direzione più probabile: una marcia verso le urne in primavera.
Il cuore della riforma è l'obbligo di indicare il nome del candidato premier già al deposito del contrassegno elettorale. Per una parte dei giuristi si tratta di un premierato di fatto, che aggira l'articolo 92 della Costituzione. Meloni, consapevole della delicatezza del momento, evitava accuratamente di invadere le prerogative di Sergio Mattarella: non era il momento di irritare il Quirinale.
Nel frattempo, la strategia era già in atto: attraversare l'Italia con eventi, inaugurazioni e bagni di folla. Ad Ascoli non si era sottratta a passeggiate e selfie, anche con i lavoratori della cooperativa di persone con disabilità che gestirà l'albergo etico nel palazzo del centro storico. La campagna elettorale era in pieno svolgimento, anche se nessuno la chiamava così. Con Salvini e Tajani in difficoltà, toccava a Meloni consolidare il consenso del centrodestra e puntare al 42% necessario per il premio di maggioranza. La riforma era stata vinta; ora bisognava vincere le elezioni.
Ad Ascoli Piceno, mentre inaugurava i lavori di riqualificazione di Palazzo Saladini Pilastri, Giorgia Meloni ha celebrato il via libera definitivo della Camera alla riforma elettorale che tanto aveva voluto. «È una legge che rimette più potere nelle mani dei cittadini, che garantisce la stabilità», ha detto la premier, soddisfatta di aver trionfato anche sulle resistenze degli alleati di Forza Italia e Lega. La mattina aveva già diffuso il plauso sui social; il pomeriggio lo ha ribadito a voce, con la sicurezza di chi ha appena incassato una vittoria politica importante.
Ma quando le è stato chiesto quando si andrà a votare, Meloni ha liquidato la questione con una battuta: manca un anno alla scadenza naturale della legislatura, ha detto, e lei è concentrata sul suo lavoro mentre gli altri possono pure discutere di «alchimie». La risposta era calibrata, però. Perché proprio nel giorno dell'approvazione della legge, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari — uno dei più fedeli collaboratori della premier — aveva scritto sul Foglio che le elezioni anticipate a giugno erano in leggero vantaggio rispetto alla scadenza naturale di ottobre 2027. Un'uscita che non era casuale, e che lasciava intravedere la direzione più probabile per Palazzo Chigi: una marcia verso le urne in primavera. Anche il presidente dei senatori di Fratelli d'Italia, Lucio Malan, aveva parlato di maggio nei giorni precedenti, salvo poi ritrattare invocando le «prerogative del capo dello Stato».
La vera vittoria di Meloni, però, non era tanto la riforma in sé, quanto il suo contenuto più delicato: l'obbligo per liste e coalizioni di indicare il nome del candidato presidente del Consiglio al momento del deposito del contrassegno elettorale. Secondo una parte dei giuristi, si trattava di un premierato di fatto, che aggirava l'articolo 92 della Costituzione e blindava la scelta della premier, sottraendola formalmente al capo dello Stato. Era proprio per questo che Meloni stava ben attenta a non entrare a gamba tesa nelle prerogative di Sergio Mattarella. Non era il momento di irritare il Quirinale, soprattutto mentre si godeva il risultato.
Ciò che contava davvero, per la premier, era proseguire nella strategia messa in campo da inizio settembre: attraversare l'Italia a colpi di eventi e bagni di folla. Ad Ascoli non si era sottratta a una passeggiata, ai selfie, a una chiacchierata con i lavoratori della cooperativa di persone con disabilità che avrebbe gestito l'albergo e il ristorante etico all'interno del palazzo nel centro storico. La campagna elettorale era già in pieno svolgimento, anche se nessuno la chiamava così.
Meloni sapeva bene che il suo consenso personale sarebbe diventato cruciale nei mesi a venire. Mentre Matteo Salvini e Antonio Tajani navigavano in acque agitate, toccava a lei consolidare il consenso del centrodestra. Era l'elemento che avrebbe potuto fare la differenza, anche per l'appello al voto utile con cui la coalizione sperava di arginare il fenomeno Vannacci e conquistare il 42% dei consensi necessari per accedere al premio di maggioranza. La riforma elettorale era stata vinta. Ora bisognava vincere le elezioni.
Citas Notables
È una legge che rimette più potere nelle mani dei cittadini, che garantisce la stabilità— Giorgia Meloni
Manca un anno alla scadenza della legislatura, sono concentrata a fare il mio lavoro, gli altri discutano pure di alchimie— Giorgia Meloni